Che cosa succede a un corpo se muore nello spazio?

Se qualcosa dovesse andare storto sulla ISS, nelle missioni su Marte o in quelle sulla Luna, che ne sarebbe del corpo degli astronauti? E come dovrebbe comportarsi il resto dell’equipaggio?

 

Dall’inizio dell’era dell’esplorazione spaziale, 18 persone sono morte nel cosmo (tra queste, 14 astronauti della NASA). Con un ritorno sulla Luna, e soprattutto con le missioni su Marte all’orizzonte, le tragiche fatalità per i cosmonauti potrebbero aumentare. Ma quanto può vivere un uomo nel vuoto dello spazio prima di morire? Che cosa ne sarebbe del corpo dei deceduti sulla ISS?
Anche se la Nasa e le altre agenzie spaziali non hanno – per ora – un protocollo ufficiale per queste situazioni, esistono diversi scenari che si stanno studiando e ai quali, se pur non ufficialmente, gli astronauti sono addestrati. Ecco i principali.

RISPEDITI A TERRA. È forse la soluzione più ovvia: in caso di morte di un cosmonauta, si potrebbe inviare a Terra il suo corpo con il primo cargo rifornimenti disponibile. È ipotizzabile, però, soltanto per le missioni sulla ISS: le navicelle spaziali già cariche di equipaggio infatti, non hanno spazio a sufficienza per il trasporto di una salma, senza contare che i rischi di contaminazione per gli altri astronauti sarebbero altissimi. Se poi consideriamo che un viaggio su Marte richiederebbe, tra andata, missione e ritorno, almeno tre anni, è escluso si possa pensare al rimpatrio di un corpo per i funerali. Fortunatamente, gli astronauti arrivano sulla ISS in perfetta salute. Eventuali incidenti avverrebbero quindi soprattutto durante le attività extraveicolari.

CONSERVATI NELLA TUTA. Se un micrometeorite colpisse e forasse la tuta di un astronauta durante una passeggiata spaziale, basterebbero 15 secondi per fargli perdere coscienza. Dieci secondi di esposizione al vuoto farebbero vaporizzare sangue e acqua corporea, il corpo si gonfierebbe come un pallone e i polmoni collasserebbero. In questo improbabile, ma comunque possibile scenario, il corpo verrebbe probabilmente riportato nell’airlock e lasciato nella tuta, per evitare il rischio più grave: quello che possa rilasciare odori sgradevoli o contaminare, in assenza di peso, ambienti ed equipaggio. Bisognerebbe conservarlo in uno degli airlock, o comunque nel punto più freddo della ISS, in attesa che si liberi un posto per riportarlo a Terra.

CONGELAMENTO E CREMAZIONE. Una soluzione alternativa potrebbe essere provvedere alla cremazione direttamente nello Spazio: nel 2005 la Nasa ha commissionato uno studio a un’agenzia svedese che si occupa di funerali ecologici, Promessa. La tecnica prevedrebbe di congelare il corpo del deceduto e solo a quel punto cremarlo in minuscoli frammenti di ceneri ghiacciati, per avere comunque dei resti da riportare a Terra. Se quaggiù usiamo l’azoto liquido per congelare i corpi, nello Spazio bisognerebbe inserire la salma in una sacca, esporla al vuoto per un’ora con un braccio robotico, che inizierebbe poi a vibrare riducendo in frammenti il corpo congelato. In questo modo da un astronauta di 90 kg di peso si otterrebbe un mucchietto di 22 kg di ceneri ghiacciate (qui un’illustrazione del “funerale spaziale” e del progetto, chiamato “The Body Back”)

 

SEPOLTURA NEL VUOTO. L’equivalente celeste della sepoltura in mare, e forse la fine più romantica per un astronauta, sarebbe abbandonare il corpo nel vuoto. Gli accordi internazionali per non inquinare lo Spazio non prevedono, al momento, clausole particolari per le salme. Ma a meno che non si assicuri un piccolo razzo al cadavere, la salma finirebbe per seguire la stessa orbita della stazione per poi rientrare nell’atmosfera, disintegrandosi.
Nel caso di viaggi interplanetari, invece, il rischio è che – molto alla lunga – la rotta verso Marte somiglierebbe più a un lugubre cimitero.

 

 

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